Negli ultimi dieci anni, decine di migliaia di persone in tutto il mondo hanno beneficiato del
test per le intolleranze alimentari.
Che cos’è questo test per le intolleranze alimentari?
Il test è una semplice analisi del sangue che mette in evidenza i cibi a cui un organismo è
intollerante, più tutta una serie di trattamenti personalizzati ad ogni caso che vanno dalla
semplice dieta di eliminazione, ad altre più specifiche ad esempio per il calo ponderale, a
tutta una serie di trattamenti da quelli estetici a quelli più invasivi della chirurgia estetica.
Grazie ai risultati del test molte persone hanno risolto problemi diversi quali:
-affezioni cutanee,
-difficoltà respiratorie,
-sinusiti croniche e ricorrenti,
-mal di testa,
-soprappeso,
-colite cronica,
-dolori articolari e muscolari,
-stanchezza senza motivazioni,
-infezioni ricorrenti,
-disturbi derivati al calo d’attenzione,
-ansietà, nervosismo,
A questo punto chissà in quanti inizieremo a chiedersi: “Ma il mio mal di testa dipenderà
dal cioccolato?” oppure “La mia stanchezza sarà colpa della mozzarella?”
Farsi queste domande è legittimo.
Perché mentre le allergie alimentari interessano l'1 % della popolazione, di intolleranze più
o meno gravi ai cibi soffriamo un po’ tutti.
Cercare le cause di un disturbo in quello che si mangia è utilissimo anche per noi medici, e
spesso durante un colloquio approfondito col paziente si è in grado di individuare almeno
alcuni dei cibi sospetti.
Ma fare di testa propria, provando ad eliminare un cibo o l’altro può non portare a nessun
risultato, anzi può impoverire la nostra dieta di alcuni elementi fondamentali e causare
l’insorgenza di nuove intolleranze.
Infatti, non è un caso, se a dare problemi sono sempre i cibi che si mangiano di più; da noi
per esempio i più colpevolizzati sono sempre il frumento, il latte e il lievito, in Giappone
invece la soia e il pesce.
Occorre ribadirlo quindi, non fare di testa propria, se si pensa di avere qualche disturbo
legato ai cibi bisogna affidarsi a un medico competente per impostare l’eventuale nuovo
regime alimentare.
La parte della dietetica che si occupa dei cali ponderali, riveste un grosso interesse nella
medicina e chirurgia estetica.
L’obesità è un problema che negli Stati Uniti rappresenta la seconda causa di morte dopo
il fumo.
Negli ultimi anni si è riscontrato come fenomeno in crescita anche nella popolazione
italiana.
Un benessere diffuso, legato alla forte industrializzazione, ha inciso fortemente sulle
nostre abitudini alimentari, tutti mangiano meglio e di più.
E se da una parte può essere vantaggioso perché l’organismo può beneficiare di tutti i
nutrimenti di cui ha bisogno, dall’altra per chi supera il limite del peso forma vi è una
caduta verso tutta una serie di patologie a rischio.
Inoltre l’obesità non incide solo negativamente sulla salute, ma dal momento in cui
diminuisce la stima di sé incide anche sullo stile di vita del soggetto con, talora, pesanti
riscontri psicologici.
Ritorniamo quindi al concetto: salute, bellezza e benessere psicofisico.
Il nostro corpo, infatti, non ha perso l’abitudine di crearsi delle riserve di grasso che un
tempo erano necessarie in caso di / e carestia e perciò i kg si accumulano e si è costretti a
ridurre il fabbisogno di cibo per ritornare al peso forma.
Nel momento in cui con una dieta riduciamo la quantità di cibo, la massa corporea
diminuisce, e si ha un decremento del peso.
Questo calo però deve essere di massa grossa, altrimenti si può verificare un danno se vi
è un calo della massa magra, in altre parole della massa muscolare, che è l’unico tessuto
che sfrutta le calorie in eccesso in modo efficiente.
Nell’organismo quando si verifica un dimagrimento, si ha una mobilizzazione dell’adipe dei
famosi trigliceridi, che, tramite un processo molto complesso, regolato da ormoni e da
trasmettitori di membrana, entrano nel sangue, dove trasportati da proteine li conducono
perificamente ai muscoli dove vengono utilizzati per produrre energia con conseguente
calo di peso, legato appunto al consumo della massa grassa di deposito.
Ecco perché nelle diete dimagranti è consigliato il movimento.
Il tutto però non è così semplice, in molti casi una dieta ipocalorica, anche se ben
bilanciata, non è efficace o smette di esserlo ad un certo punto; per quanto riguarda la
perdita di peso.
In genere questo è dovuto al fatto l’organismo anziché bruciare le riserve di grasso, va ad
intaccare la massa muscolare con conseguente calo del metabolismo basale, che appunto
si assesta a valori più bassi.
S’instaura così un ipotiroidismo sub-clinico, l’organismo consuma sempre meno e si
verifica un blocco alla diminuzione di peso o addirittura si verifica un aumento della massa
grassa a scapito della massa magra, col riacquisto del peso, il ciclo ricomincia e si verifica
la cosiddetta sindrome dello “yo-yo”.
A questo punto la sola dieta non porta più ad una perdita di peso e spesso viene integrata
con l’uso di farmaci in genere ad azione anoressizzante.
Meno dannosi delle anfetamine, gli attuali farmaci, possono essere efficaci per breve
periodo, ma la sicurezza e l’efficacia a lungo termine non sono certe e gli effetti collaterali
risultano essere troppo pericolosi per rischiarne l’uso.
Da anni i medici hanno costatato che il cibo può portare a reazioni negative, compresi
problemi immunologici e squilibri biochimici con conseguente aumento di peso o difficoltà
nella perdita dello stesso.
Cosa si può fare a questo punto?
Dopo aver perso tutto il peso possibile con la dieta ipocalorica o con altri tipi di regimi
ipocalorici, si è visto da studi clinici effettuati sulla base dei risultati forniti dal test Alcat,
che i soggetti che hanno eseguito tale test ed hanno eliminato dalla propria dieta i cibi ai
quali erano singolarmente reattivi hanno ripreso a perdere peso senza sforzo, e questo
calo che si è poi mantenuto nel tempo, ha interessato i tessuti adiposi più che quelli
muscolari.
In molti casi, anche il desiderio di dolci è rientrato nei limiti della normalità.
Che cosa succede quando introduciamo un alimento cui siamo intolleranti che
chiameremo per comodità “alimento sensibilizzante?
È stato dimostrato che si genera una diminuzione della serotonina (il neurotrasmettitore
che provoca la sensazione di benessere), tutto questo genera sensazione di fame e
disagio, da cui si ha una compulsiva ricerca di zuccheri a pronto assorbimento, quindi
soprattutto semplici per compensare questa mancanza.
A questo punto si crea il pasticcio, lo zucchero semplice determina un rapido rilascio di
insulina, un ormone deputato ad abbassare la glicemia, che però a sua volta causa anche
un innalzamento nel sangue del triptofano, che è un precussore della serotonina per cui
sintesi di serotonina = sensazione di benessere temporaneo.
I soggetti reattivi agli alimenti avvertiranno un continuo desiderio di assimilare cibo, in
particolare di zuccheri semplici, per tentare di mantenere alti i livelli di serotonina e quindi
la conseguente sensazione di benessere, ma chiaramente il tutto si traduce in una
digestione eccessiva di cibo che viene messo in deposito con aumento della massa
grassa corporea.
S’instaura così un circolo vizioso che può essere spezzato soltanto con l’identificazione e
l’eliminazione dell’alimento sensibilizzante.
Il problema dell’intolleranza è molto vecchio ed è comunque un ampliamento del capitolo
delle allergie con cui spesso viene confuso ma che in realtà è completamente diverso.
Cominciamo dai vari tipi di sintomi:
Per le allergie le manifestazioni classiche sono:
-orticaria
-dermatite atopica
-asma allergico
-edema glottide
-diarree improvvise con dolori addominali
Tutti sintomi che compaiono subito dopo o al più tardi, 24 ore dopo, che si è venuti in
contatto con la sostanza allergizzante.
Per le intolleranze invece i disturbi possono essere i più diversi:
-mal di testa
-sinusite
-stanchezza
-colite cronica
-dolori articolari
-irritabilità e nervosismo
-dermatiti specifiche
-sovrappeso
Inoltre non esiste un rapporto temporale preciso tra l’indigestione di un “cibo critico” e la
comparsa dei sintomi, possono passare anche due o tre giorni prima che si manifestino i
disturbi, per cui è difficile il rapporto causa-effetto.
In ogni caso nelle reazioni allergiche si ha sempre una ben precisa produzione di anticorpi
della classe IGE, che possono venire dosate facendo un esame del sangue.
Nelle intolleranze, invece, il sistema immunitario risponde coinvolgendo un’altra categoria
di cellule, i globuli bianchi, provocandone cioè, una diminuzione e un’alterazione di forma
e volume che un operatore può valutare al microscopio ottico.
Tutto questo però, è legato all’occhio dell’operatore e ciò significa che non c’è
standardizzazione.
Da qui comincia un concetto diverso nell’impostazione delle diete dimagranti, non più
quindi solo eliminazione delle calorie, ma anche eliminazione dei cibi in grado di provocare
un’alterazione del sangue.
Nell’ ’83 un laboratorio americano ricerca la standardizzazione di quello che il medico vede
con il proprio occhio al microscopio ottico, dopo tre anni si elaborano dei dati che vengono
computerizzati.
Il procedimento è abbastanza complicato, in pratica avviene che il sangue intero del
paziente in esame, viene incubato e quindi messo in contatto, in vaschette contenenti i
vari alimenti.
Dopo circa 10 minuti, il sangue viene messo su un vetrino e i risultati sono letti da un
apparecchio automatico che fa un lavoro molto più rapido e standardizzato rispetto al
tecnico di laboratorio.
Alla fine ne esce un elaborato dove vengono testati il sangue del paziente con 110 tra:
alimenti, coloranti, conservanti e insaporitori di cibi; e il grado di sensibilità dei vari cibi da
quelli con minore a quelli con maggiore reattività, attraverso cinque colonne con differente
colore.
Si dirà alla paziente di eseguire questa dieta, rigorosamente, per 6 mesi si verificheranno
dei risultati a cui in parte abbiamo già accennato:
-perdita di peso con notevole riduzione del grasso, rispetto alla massa muscolare
-miglior aspetto cutaneo, pelle più liscia
-maggior sensazione di benessere
-migliori prestazioni fisiche
-riduzione di gonfiore addominale e altri problemi digestivi.
Insieme ai risultati del test, per chi vuole, viene eseguito un piano dietetico personalizzato
e facile da seguire, impostato su alimenti liberi, quelli per intenderci in fascia verde.
Inoltre si può elaborare anche un piano strategico, anticellulite con terapie varie.
Sono comunque sufficienti due settimane per notare dei miglioramenti.
La drastica eliminazione dalla dieta di alimenti sensibilizzanti, può determinare un disagio
temporaneo, per circa una settimana; cioè dei veri e propri sintomi simili a quelli dovuti
all’astinenza di qualcosa.
È importante che il soggetto non ceda al desiderio di quei cibi, in quanto il disagio
scompare in breve tempo.
Il test Alcat, analizza molte delle sostanze utilizzate come additivi alimentari, è quindi
importante consigliare di leggere attentamente le etichette degli alimenti che comprate.
È possibile acquisire la tolleranza di alimenti dopo un periodo di rinuncia di circa 6 mesi;
ed è questa la differenza fondamentale dalle allergie, che invece sono permanenti, quindi
di intolleranza e dei suoi sintomi conseguenti si può guarire. |